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In questo articolo voglio accompagnarti nel mondo delle emozioni partendo dalla descrizione attuale per un manager.

Il management attuale delle aziende si fonda su teorie e principi studiati e teorizzati all’inizio del XX secolo. Si comprende facilmente che oggi non è più funzionale continuare a seguire le tradizionali teorie del management ma bisogna innovarle perché si adattino ai cambiamenti del mondo esterno che si è evoluto ed è in continua crescita.

Alcune aziende hanno iniziato il processo di innovazione e infatti emergono nel mercato mondiale grazie al vantaggio competitivo raggiunto. 

L’obiettivo è quindi quello di:

  • cancellare le teorie e le convenzioni del management tradizionale
  • basarsi su nuovi principi più adatti alla cultura e al pensiero del XXI secolo

seguire l’esempio delle prime coraggiose aziende innovatrici e mettere a punto nuove strategie.

Sei e siamo testimoni di una delle più grandi trasformazioni della storia umana! 

Knowledge management e lavoratori della conoscenza

Peter Druker, uno dei maggiori teorici di management del nostro tempo pone la questione in questo modo:

“Tra poche centinaia di anni, quando il tempo che stiamo vivendo sarà ormai storia, è assai probabile che gli studiosi del periodo non considereranno la tecnologia, internet, l’e-commerce come gli eventi più importanti. Lo sarà invece un cambiamento della condizione umana senza precedenti. Per la prima volta – letteralmente – un numero significativo e crescente di persone avrà la possibilità di scegliere. Per la prima volta dovranno gestirsi autonomamente. E la società non è affatto pronta”.

Per comprendere le affermazioni di Peter Drucker è necessario guardare anzitutto al contesto storico, ovvero alle cinque età della civilizzazione:

  • L’età della caccia e della raccolta
  • L’età dell’agricoltura
  • L’età industriale
  • L’attuale età dell’Information/Knowledge worker (il lavoratore che possiede un suo Knowhow, un suo bagaglio di conoscenza)
  • La futura ed emergente età della saggezza

Il knowledge worker (il lavoratore che conosce) rappresenta il lavoratore odierno, il cui valore non si basa solo sulla sua capacità manuale, ma sulle sue conoscenze e sull’uso che ne fa. La categoria include anche una vasta gamma di figure emergenti quali consulenti, insegnanti, liberi professionisti ma anche studenti. 

Il knowledge work di qualità ha un tale valore che, liberando il suo potenziale, offre alle organizzazioni una straordinaria opportunità di creare altissimo valore. 

I knowledge workers forniscono focalizzazione, creatività e contribuiscono nell’utilizzo degli investimenti volti al raggiungimento degli obiettivi dell’organizzazione. 

Viviamo nell’età del Knowledge worker ma nelle nostre organizzazioni operiamo secondo un modello di controllo appartenente all’età industriale, che reprime completamente il potenziale umano. La struttura mentale dell’età industriale, che domina tuttora sul luogo di lavoro, non funzionerà nell’età del knowledge worker e della new economy.

Intelligenza emotiva: le emozioni, la nuova competenza nel luogo di lavoro 

Quale sarà dunque la grande risorsa nel lavoro del terzo millennio? Le Capacità Relazionali e la Gestione Delle Emozioni ad esse correlate saranno determinanti per il successo nel Business così come nella vita. 

Le emozioni ed il loro controllo sono intrinsecamente collegate alle organizzazioni; i sentimenti ci accompagnano prima, durante e dopo il lavoro.

Perché parliamo di intelligenza Emotiva quando ci riferiamo alle competenze che deve avere un manager?

Cos’è l’intelligenza emotiva: storia e significato

L’Intelligenza Emotiva è la capacità di comprendere le emozioni proprie e degli altri, utilizzare le emozioni per scelte importanti, gestire le proprie emozioni e quelle delle persone attorno a noi. Permette, ad esempio, di persistere nel raggiungimento di un obiettivo nonostante le frustrazioni oppure di essere empatici nei confronti dei collaboratori.

Un po’ di storia:

il concetto di Intelligenza Emotiva è stato originariamente formulato da due psicologi, John Mayer e Peter Salovey. 

Essi la definiscono come: l’abilità di identificare le emozioni, di accedere e utilizzare le emozioni in modo da aiutare il pensiero; di comprendere le emozioni e la pratica emotiva; gestire riflessivamente le emozioni così da promuovere la crescita emozionale ed intellettuale.

La maggior parte delle persone ha sentito il termine “Intelligenza Emotiva” intorno al 1995 con la pubblicazione del best seller di D. Goleman “Intelligenza Emotiva”. 

In questo lavoro Goleman ha esposto una tesi molto forte secondo la quale fattori come la consapevolezza, la gestione di sé e l’empatia determinano il successo personale e professionale. Egli ha attinto dal lavoro di numerosi ricercatori ed autori di spicco che lavorano per definire e misurare le abilità dell’Intelligenza Emotiva.

Mentre una volta i ricercatori sostenevano che le emozioni fossero nel modo di pensare, negli ultimi dieci anni hanno scoperto che le emozioni sono la chiave per pensare.

L’Intelligenza Emotiva può essere di grande aiuto nel lavoro come nella vita. 

Possedere questa sensibilità ci consente di affrontare il quotidiano in modo più efficace senza restare intrappolati nella morsa dei nostri sequestri emotivi che, il più delle volte, rischiano di farci perdere di vista la realtà. 

Essere emotivamente intelligenti quindi, ci aiuta a gestire al meglio la nostra vita privata, il lavoro e più in generale i rapporti con gli altri. 

Per i bambini, ad esempio, un importante risultato dell’Intelligenza Emotiva è l’instaurare amicizie più forti e ottenere voti migliori. Per gli adulti le abilità dell’intelligenza Emotiva sono fondamentali per la Leadership, il Teamwork, il Customer Care, le Relazioni personali e per la salute.

Le neuroscienze delle emozioni: gli studi di Antonio Damasio

Antonio Damasio, docente di neuroscienze, neurologia e psicologia presso la University of Southern California è conosciuto per i suoi studi sulle emozioni e sui meccanismi della coscienza, che lo rendono una figura di riferimento indiscussa.

Probabilmente il suo nome vi è nuovo, ma se inizierete a conoscerlo potrebbe svelarvi tanti segreti interessanti! Uno dei suoi titoli più conosciuti, “Il sé viene alla mente”, rappresenta una vera e propria sfida a molte idee generali su quest’organo affascinante: il cervello.

Damasio ritiene che sia molto importante imparare a considerare le emozioni e i sentimenti come entità diverse e che le prime precedono i secondi. Pensiamo, ad esempio, allo stress, a quelle emozioni negative che ci attanagliano, al malessere fisico che ci suscitano, che ci fanno ammalare, e agli stati mentali che ci provocano: iniziamo ad avere pensieri più pessimisti e meno flessibili, smettiamo di vedere una via d’uscita ai problemi di tutti i giorni, etc.

Uno dei nostri principali scopi dovrebbe essere coltivare le emozioni positive. Tuttavia, ciò richiede che il nostro organismo si senta bene, al sicuro da rischi, fisici o psicologici, tranquillo, in armonia. Possiamo provarlo tutti, ad esempio, tramite la meditazione o il rilassamento. 

Un corpo calmo si traduce anche in una mente rilassata, una mente tranquilla e concentrata, che pensa e decide meglio.

Come controllare le emozioni?

Cosa succede quando perdiamo completamente il controllo delle emozioni? Il sequestro dell’amigdala

Il sequestro emozionale, o “Amygdala Hijack”, è un termine coniato dallo psicologo Daniel Goleman per spiegare queste incontrollate reazioni emotive. 

Goleman, in quanto esperto di intelligenza emotiva, ci dice che il motivo per cui perdiamo il raziocinio ha a che vedere con la momentanea ed immediata assenza di controllo emotivo, perché l’amigdala assume il comando del nostro cervello.

Un po’ di biologia: 

L’amigdala è una struttura sottocorticale situata nella parte interna del lobo temporale mediale; di solito la si riconosce facilmente, poiché ha la forma di una mandorla. Insieme all’ippocampo, all’ipotalamo e alla corteccia orbito-frontale, fa parte del complesso conosciuto come cervello emotivo o sistema limbico.

Il sistema limbico regola le risposte fisiologiche di fronte a determinati stimoli, ovvero tutte le sue strutture sono essenziali per il controllo emotivo della condotta dell’essere umano. Tuttavia, a far risaltare l’amigdala all’interno del sistema limbico è il fatto di essere basilare per la sopravvivenza, dato che la sua funzione principale è integrare le emozioni con i corrispondenti modelli di risposta alle stesse, a livello fisiologico o comportamentale.

Per capire la sua capacità di sequestro emotivo, dunque, bisogna comprendere che l’amigdala non produce solo una reazione emotiva, bensì, in seguito al suo vincolo con il lobo frontale, permette anche l’inibizione di certe condotte.

Il sequestro operato è una reazione emotiva immediata e sproporzionata in relazione allo stimolo che l’ha scatenato, il quale viene percepito come una minaccia alla propria stabilità emotiva. Questo si verifica perché l’amigdala “ruba” l’attivazione di altre aree cerebrali, soprattutto della corteccia, dominando la condotta del soggetto e spegnendo l’area che lo rende più razionale, più umano.

L’area frontale della corteccia che resta inibita in seguito al sequestro è la responsabile del nostro pensiero logico o della pianificazione delle nostre azioni. Viceversa, l’amigdala fa parte delle strutture più primitive del cervello ed è lei che regola le emozioni. Il nostro pensiero logico, dunque, si ritrova subordinato al comando delle nostre emozioni.  

Forse sembra un po’ strano che la parte più sviluppata del nostro cervello, quale è la corteccia, possa essere dominata da una struttura così primitiva come l’amigdala; tuttavia, ha senso se lo osserviamo da una prospettiva evolutiva. Migliaia di anni fa, era una questione di sopravvivenza.

Quando cacciavamo nella giungla e, per esempio, ci imbattevamo in un leone, l’amigdala disattivava il resto delle funzioni cerebrali, perché non era il momento di fermarsi a pensare al pericolo, bensì era il momento della risposta di lotta/fuga.Tuttavia, nel mondo attuale quando ci ritroviamo davanti ad un’importante fonte di stress, come può essere un ingorgo stradale, anche se esso non minaccia la nostra sopravvivenza, l’amigdala ci sequestra. Questo porta tutto il nostro corpo a riempirsi di adrenalina e cortisolo, che lo alterano per, si calcola, circa quattro ore di sequestro emozionale.

Plutchik ruota

Quante sono le emozioni? La ruota di Plutchik

E se ti dicessi che esistono 64 emozioni? Tu quante ne conosci?

Ripercorriamo un po’ di storia…

Robert Plutchik è stato uno psicologo statunitense, docente presso l’Albert Einstein College of Medicine e professore a contratto presso la University of South Florida. Ha ricevuto il suo Ph.D. alla Columbia University.

Autore o coautore di più di 260 articoli, 45 capitoli e otto libri ed ha curato sette libri, i suoi interessi di ricerca includono primariamente lo studio delle emozioni, e il risvolto in numerose condizioni di vita. 

È noto soprattutto per la sua teoria, esposta in “Emotion: a Psychoevolutionary Synthesis” (1980), secondo cui vi sono otto emozioni primarie, che possono in qualche modo essere riconosciute in tutti gli esseri umani:

  • gioia
  • accettazione
  • paura
  • sorpresa
  • tristezza
  • disgusto
  • rabbia
  • anticipazione.

L’idea di Plutchik è che le emozioni possono essere organizzate in una disposizione circolare, proprio come un fiore dai molti colori, e poi combinate in stati emotivi secondari. 

L’amore, per esempio, è in questo schema una combinazione di gioia e accettazione.

Il fiore di Plutchik riesce a riassumere in maniera sostanzialmente semplice le emozioni che proviamo, i loro diversi stati e le loro connessioni. Ci spiega che sono il risultato di “miscele” ed eventi di varia natura. Capendo meglio la derivazione delle varie emozioni, possiamo comprendere anche perché le proviamo e perché ci comportiamo in un certo modo.

Emozioni innate o apprese? L’espressione delle emozioni secondo Paul Ekman

Un po’ di storia:

Paul Ekman è l’autore della cosiddetta “teoria neuro-culturale” che, riprendendo gli studi di Darwin sulle espressioni facciali delle emozioni, dimostra l’universalità delle emozioni.

Ekman iniziò la ricerca scientifica alla fine degli anni ‘50, periodo in cui portò a termine un esperimento sulle espressioni facciali e sui movimenti e comportamenti del corpo. Questa ricerca nel 1955 divenne la sua tesi di Master e nel 1957 è stata pubblicata.

Egli considerava il comportamento non verbale il terreno fertile su cui si poggiava lo studio della personalità ma, in seguito, mostrò un crescente interesse per la psicologia sociale e per gli studi transculturali, in ottica evolutiva e semiotica. Nel corso del tempo, le sue ricerche si andarono a focalizzare poi sempre più sullo studio delle emozioni, che divenne il suo vero e proprio interesse principale.

L’autore sostiene che esistano espressioni facciali derivanti da emozioni esperite in determinate situazioni, caratterizzate da mimiche universali. Secondo la teoria neuro-culturale, oltre alla universalità delle espressioni emotive, esistono le display rules, ovvero regole sociali di espressione delle emozioni, culturalmente apprese, che determinano il controllo e la modificazione delle espressioni emozionali a seconda della circostanza sociale.

L’esistenza di tali regole fu dimostrata empiricamente da Ekman in uno studio in cui furono analizzate le risposte espressive di soggetti americani e giapponesi alla visione di film contenente elementi stressanti sia in presenza di uno sperimentatore sia quando erano in una condizione di solitudine. I risultati ottenuti dimostrarono che esprimere il proprio giudizio al cospetto di un’altra persona impedisce ai soggetti giapponesi di manifestare le emozioni negative, cosa che non accadeva per gli americani.

I dati così ottenuti confermano che le emozioni possono essere modificate grazie a elementi appresi dalla cultura. Per cui, le uniche differenze culturali identificabili nelle espressioni facciali non riguardano l’espressione in sé, derivante dalla spontaneità nell’esprimere una determinata emozione, ma dal controllo esercitato sulla stessa.

Ekman, di conseguenza, sostiene che esistano emozioni universali ovvero emozioni comuni, uguali per tutti in tutte le culture e che possono essere definite come primarie.

Le emozioni primarie sono:

  • Rabbia
  • Paura 
  • Tristezza
  • Felicità 
  • Sorpresa
  • Disgusto

Quando emozioni “negative” sono ripetute nel tempo creano uno stress molto forte.

Cos’è lo stress? Significato e tipi di stress

Perché ci stressiamo? Da cosa dipende lo Stress

Lo stress non è sempre negativo: può fare bene (eustress) oppure può essere dannoso (distress).

Eustress

L’Eustress (o stress buono), è quello indispensabile alla vita, che si manifesta sotto forma di stimolazioni ambientali costruttive ed interessanti. Un esempio può essere una promozione lavorativa, la quale attribuisce maggiori responsabilità, ma anche maggiori soddisfazioni

Come abbiamo visto, la “reazione di stress” ci aiuta a prepararci fisicamente e psicologicamente ad affrontare un problema. Lo stress può essere una buona cosa quando, nella giusta misura e per periodi di tempo limitati, ci aiuta a superare le inevitabili crisi che la vita ci offre. 

Se, dunque, la “reazione di stress” porta vigore, entusiasmo e propositività è una buona cosa perché incrementa lo stato di salute generale della persona. In questo caso lo stress prende il nome di “eustress”.

Se non vi fosse eustress nelle nostre vite, non avremmo un motivo per alzarci la mattina. L’eustress ci tiene in salute e felici. 

Esempi: l’eccitazione dell’imprenditore che fonda un’azienda, le aspettative prima di un primo appuntamento, l’adrenalina dello sciatore così come l’entusiasmo che si sperimenta quando si affronta una qualsiasi sfida costruttiva o divertente.

“La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si pensa di solito, non dobbiamo, e in realtà non possiamo, evitare lo stress, ma possiamo incontrarlo in modo efficace e trarne vantaggio imparando di più sui suoi meccanismi, e adattando la nostra filosofia dell’esistenza a esso” (Selye, 1974).

Distress

Il distress è invece lo stress cattivo, quello che provoca grossi scompensi emotivi e fisici difficilmente risolvibili. Un esempio può essere un licenziamento inaspettato, oppure un intervento chirurgico.

Gli effetti negativi si verificano quando vi è un’incongruenza fra le richieste dell’ambiente e la capacità soggettiva di esaudirle.

La differenza essenziale tra eustress e distress sta nella percezione della “fonte di stress”. 

Nel caso dell’eustress la “fonte di stress” viene percepita come una “sfida”. Nel caso del distress, viene percepita come una “minaccia”. Per questo motivo è importante coltivare il proprio atteggiamento di fondo verso la vita come di un luogo di “sfide” piuttosto che di un luogo di “minacce”

Stress: il potere della scrittura secondo Pennebaker 

Possiamo lavorare sullo stress, raccontandolo.

James Pennebaker, psicologo dell’università del Texas, dal 1983 ha dedicato i suoi studi ai benefici derivanti dell’espressione delle emozioni, inizialmente in forma scritta e poi verbale.

In un suo importante esperimento di scrittura espressiva ha chiesto di scrivere su questioni personali che risvegliano forti emozioni.

Il, relativamente semplice, fatto di scrivere dei pensieri e dei sentimenti su questioni personali aveva indotto un miglioramento dell’umore, un atteggiamento più positivo e una salute fisica migliore nel breve periodo.

Benché l’uso di vocaboli emozionali positivi e negativi risultò importante, lo fu certamente molto meno rispetto alla terza categoria di parole, quella dei vocaboli cognitivi o riguardanti il pensiero. Le due principali dimensioni cognitive riguardarono il pensiero causale e l’insight o l’autoriflessione.

Curiosamente, l’aspetto importante, per quanto riguarda queste categorie, non fu il livello assoluto del loro impiego. Piuttosto, le persone che ebbero miglioramenti nello stato di salute passarono da un impiego scarsissimo di vocaboli cognitivi, il primo giorno di scrittura, a un livello molto più alto l’ultimo giorno.

Attualmente, Pennebaker e colleghi stanno vagliando l’idea che queste parole caratterizzino le storie ben strutturate, partendo dall’assunto che sia proprio la formazione di storie ben organizzate a produrre i maggiori benefici.

Quando un avvenimento complesso viene organizzato nel formato di una storia, esso viene semplificato e la mente non ha più bisogno di attivarsi per conferirgli una struttura e un significato. 

Quando la storia viene raccontata diverse volte, si abbrevia e alcuni dei dettagli più minuti vengono gradualmente livellati. Le informazioni rievocate nella storia sono quelle congruenti con la storia. Laddove i dati (l’esperienza grezza) vengono inizialmente usati per creare la storia, una volta che questa si è fissata nella mente della persona vengono rievocati solo quelli pertinenti con la storia. 

Inoltre, con il passare del tempo, abbiamo la tendenza a colmare le lacune della nostra storia in modo da renderla più coesa e completa. L’effetto finale della costruzione di una buona narrazione è che il nostro ricordo degli eventi emotivamente carichi è efficiente – in quanto possediamo una storia relativamente breve e coerente.

“C’è solo un tipo di successo: quello di fare della propria vita ciò che si desidera” . Henry D. Thoreau

 

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Stefano Gagliardi

Psicoterapeuta, Trainer e Coach

L'autore

Stefano Gagliardi

Psicoterapeuta, Trainer e Coach

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